Nella vita periodi di stabilità e periodi di transizione ci sono per tutti, anche a una certa età

Faccio lo psicologo da diversi anni, vedo adolescenti, giovani e adulti, però nel tempo mi è capitato di incontrare al mio studio sempre più persone anziane: 65, 70 e 80 anni. Ho così cominciato a riflettere su questo e una delle cose che mi sono venute in mente, è che le “persone più grandi” cercano uno “psicologo più grande”, va bene; poi ho ripreso a consultare la letteratura e gli studi sulla psicologia dell’anziano per poter mettere in campo nel mio lavoro la migliore competenza. Ma altre riflessioni si sono evidenziate in questa esperienza e cioè che la terapia con la persona anziana, tenute in conto alcune cose, non è molto diversa dal lavoro che faccio con persone di altre età. Forse all’inizio c’è più una titubanza da parte della persona stessa ad accedere, a una certa età, al professionista psicologo: la difficoltà dei pazienti ad accettare di aver bisogno di aiuto è magari più importante per l’anziano. Forse per questo è necessario aiutare in modo particolare la persona anziana a cogliere presto che può essere capita e sostenuta nonostante l’età, ed è in questo che magari cerca uno psicologo meno giovane.

Ci sono certo dei fattori che, tra gli altri, influenzano particolarmente la psicologia dell’anziano: qui mi riferirà solo ad alcuni, che sono quelli che ho riscontrato come centrali nel lavoro psicoterapeutico con la persona anziana. Essi sono: il pensionamento, il corpo e la malattia, la famiglia, la visione sociale dell?anziano, la morte. Non farà certo in questo articolo una dissertazione completa degli argomenti, ma ne accennerà gli aspetti principali riconducendoli, nella mia esperienza, ad una visione in cui anche l’anziano può essere osservato in riferimento ad una teoria della personalità, da cui derivano gli strumenti psicoterapeutici che utilizziamo con tutti i pazienti.

La visione sociale dell?anziano. L’attenzione politica ed economica degli ultimi anni ed una nuova articolazione dei servizi che tiene conto dell’aumento della popolazione anziana, hanno cambiato un po’ le cose. Ma la visione generale dell’anziano si rifà ancora ad un pessimismo in cui la vecchiaia è costruita con un’operazione culturale: il decadimento, la perdita, ecc…. In questa visione l’anziano non ha più niente da dimostrare, non ha più niente da dare e in qualche modo, accettando questa concezione non impiega le energie che pure ha, e ciò porta a quel ritiro psicofisico fonte di malattia e depressione. Quest’ultima è la condizione di base che ho spesso riscontrato negli anziani che ho visto in terapia, condizione causa di incuria di sè e nelle relazioni, da cui poi emergono sintomi nevrotici, ansia, insonnia, ecc….

Il corpo e la malattia. E’ indubbio che un corpo anziano sia soggetto ad un indebolimento di organi e funzioni, ma proprio per quanto detto sulla visione sociale, questo indebolimento può e deve essere contrastato: con rinnovata volontà di essere attivi nelle cure in un’ottica di prevenzione, ma anche di progettare, cambiare delle cose, con l’aiuto e la comprensione dei famigliari nel miglior modo, ma a volte anche con delle rotture verso situazioni che determinano sofferenza. Si può qui capire quanto possa essere necessario un sostegno psicologico e/o un intervento terapeutico. Come si vede, è la stessa situazione in cui nello stesso modo si trovano le persone di più giovane età: sofferenti e bloccate da situazioni, sintomi, paure ecc…, che chiedono di cambiare.

Il pensionamento è purtroppo una questione oggettiva che le persone affrontano ad un certo punto della propria vita. Molto è cambiato da un punto di vista normativo soprattutto rispetto all’età di pensionamento. Questo ha portato dal punto di vista psicologico vantaggi o svantaggi a seconda dei casi. C’è chi dopo pensionamento precoce ha progettato nuove cose o nuove attività, mentre altri hanno subito il brusco rallentamento vitale; c’è invece chi uscendo dal lavoro in tarda età ha avuto modo di diluire il rallentamento nella consapevolezza dell’invecchiare e quindi delle cose da fare, mentre altri sono usciti vecchi o in alcuni casi espulsi dal mondo del lavoro (per malattia, incapacità tecnologica, conflitti…), riportando sintomatologie acute, ma subito tendenti alla cronicizzazione. Manca una reale collaborazione tra i medici di medicina generale e gli psicologi per prevenire e/o curare queste situazioni di sofferenza che molti vivono, in tutto o in parte.

La Famiglia. Per l’anziano come per tutti la famiglia può essere sia fonte di sostegno che fonte di sofferenza e squilibrio. La stessa cosa vale per la coppia di anziani, sia all’interno della famiglia come genitori che in seno alla coppia stessa, dove traumi della vita hanno coartato l’affettività, e i due possono non aver sviluppato quel sentimento complice e inalienabile verso il futuro. I bisogni che aumentano nella vecchiaia rendono l?anziano più sensibile alla mancanza di affetto, di sostegno e di aiuto; anche se a volte l’anziano può chiudersi in una durezza difensiva. Si può notare che parlando di traumi, affettività, bisogni e sentimenti stiamo parlando di concetti psicologici, materia propria della psicoterapia e del cambiamento.

La morte è un argomento tabù per molti, per i famigliari magari, ma non lo è per la maggior parte degli anziani. Essi sono consapevoli della riduzione del tempo naturale a disposizione e in questo caso parlarne è spesso energizzante, rivitalizzante. Con la dovuta delicatezza, ma che si usa con tutti, è importante aiutare l’anziano a condividere le proprie idee sulla vita e sulla morte, a volte senza necessari riferimenti alla propria vita, ma più su un piano intellettuale laddove è possibile. Bisogna ricordare che il suicidio dell’anziano è dovuto per più del 80% dei casi alla depressione associata al dolore cronico, ma dove si può intervenire con un adeguato sostegno anche la cronicità può essere elaborata.

Per quanto detto riguardo ai fattori principali della psicologia dell?anziano discussi qui sopra, da me riscontrati nel lavoro con gli anziani stessi, riprendo la mia introduzione e ciò che dice il sottotitolo. I periodi di transizione dovuti ai fatti della vita ci sono in tutte le età e anche nella vecchiaia, solo che il costrutto culturale e sociale dell’anziano vede in genere un declino inarrestabile e non una possibilità di cambiamento ad una certa età, e ciò non è vero; lo dimostra anche la ricerca per la messa in campo di nuove politiche dei servizi per l’anziano. Nella mia esperienza in psicoterapia con gli anziani, venuti o condotti per depressione, insonnia, ansia, irritabilità, dolore, lutto, ecc…. Ho usato gli stessi strumenti, nel mio caso dell’Analisi Transazionale e della Gestalt Therapy che ovviamente uso con tutti, suscitando anche un particolare interesse da parte della stessa persona anziana, e questo interesse ha concorso ad una rinnovata fiducia nel cambiamento, che ha dato in genere esiti molto positivi.